IL RUMORE


  • rischio di esposizione


  • Il Decreto Legislativo 277 emanato il 15/8/91 ha recepito la esposizione Direttiva CEE 86/188 riguardante la protezione (lei lavoratori contro i rischi di esposizione a rumore e ha ridisegnato il quadro normativo che deve essere attuato nel nostro Paese in sostituzione dell'art. 24 del DPR 303 del 19/3/1956. In particolare il Decreto si occupa del rischio rumore negli articoli compresi tra il 38 e il 49 e raccolti nel capo IV. Sono soggette alla disciplina del capo IV tutte le attività industriali, artigianali, agricole, commerciali e di servizio alle quali sono addetti lavoratori subordinati o ad essi equiparati ai sensi dell'art. 3 del DPR 303/56. Pertanto, ad esclusione delle attività condotte dal solo titolare, tutte le altre aziende in cui sono presenti dipendenti (anche stagionali o partime) o collaboratori familiari, devono rispettare quanto specificatamente riportato in tale normativa.

  • livello di esposizione giornaliera = I EP,d
  • livello di esposizione settimanale = 1 EP,w

    Il datore di lavoro è quindi tenuto a:
  • eseguire una valutazione del rumore, al fine di identificare i lavoratori esposti col i luoghi di lavoro per i quali dovranno essere presi provvedimenti specifici;
  • redigere un rapporto che deve contenere sia i livelli di esposizione degli addetti, che i criteri e le modalità di esecuzione (con particolare riferimento alla programma zione di nuove valutazioni), i metodi e la strumentazione utilizzata in considerazione delle caratteristiche del rumore, della durata dell'esposizione e dei fattori ambientali.

    Una volta individuati i livelli di esposizione dei lavoratori, deve essere eseguita una "diagnosi acustica" dei macchinari presenti al fine di individuare le sorgenti che contri buiscono all'esposizione. Sulla base di ciò e in relazione al comma 1 dell'art. 41 (che "ricalca", per grosse linee, il contenuto dell'art. 24 del DPR 303/56) il datore di lavoro è obbligato a ridurre al minimo l'esposizione a rumore mediante misure tecni che, organizzative e procedurali, concretamente attuabili, possibilmente intervenendo alla fonte secondo le cono scenze acquisite dal progresso tecnico.

    Sul "concretamente attuabili"
    che ha portato a varie indicazioni
    interpretative; si va sempre più
    affermando, anche in base a sentenze
    della Corte di Cassazione, che il
    D.Lgs. 277/91 si inserisce in un
    quadro normativo generale' in cui
    la tutela della salute è alla base
    della prevenzione (artt. 32 e 41
    della Costituzione e art. 2087 del
    Codice civile). Il concretamente
    attuabile non può essere ricondotto
    meramente a ragioni di tipo
    economico, ma assume una valenza
    in cui la valutazione è solo ed
    essenzialmente legata al carattere
    tecnico di fattibilità.

    Viene inoltre introdotta una misura di prevenzione che sulla carta presenta una potenzialità grandissima ed è legata all'organizzazione del lavoro e alle procedure di lavorazione. Infatti, la diminuzione del tempo di esposizione, la turnazione dei lavoratori nelle mansioni più rumorose, una diversa organizzazione temporale delle lavorazioni in modo da coinvolgere il minor numero di addetti, può portare il rischio a livelli di sicurezza (misure tecniche, organizzative e procedurali concretamente attuabili). Un ulteriore aspetto di interesse riportato nel Decreto Legislativo è quello dell'informazione e formazione che il datore di lavoro è tenuto a fornire ai propri lavoratori, in relazione ai rischi e ai metodi e alle procedure messe in atto per prevenirli. La dizione "....rendere edotti i lavoratori " riportata in molte normative, è sempre più rafforzata dalla consapevolezza che l'informazione e la formazione non possono più limitarsi a dei semplici quanto inutili interventi, come la distribuzione di anonimi ciclostilati, ma debbono essere perseguiti metodi che prevedano una verifica del recepimento del messaggio formativo, proprio perché venga attuato quel salto qualitativo che le aziende hanno sempre preteso ma mai perseguito. I livelli di azione previsti dal D.Lgs. 277/91 (80-85-90 dBA e i 140 dB di picco) sono da un punto di vista scientifico molto alti, tuttavia se vengono attuate tutte le misure tecniche, organizzative e procedurali concretamente attuabili, il rischio di ipoacusia può essere ridotto sensibilmente. Alcune norme scientifiche internazionali (1S0 1999/1990) individuano la possibilità di una perdita della funzione uditi va in alcuni soggetti esposti continuativamente nell'arco della loro vita lavorativa ad un rumore con una intensità pari a 75 decibel. L'evoluzione della malattia professionale passa da un primo momento in cui l'orecchio perde la capacità di sentire suoni acuti (4000-6000 Hz frequenze interessate dal ticchettio di un orologio, il cicalino di una sveglia, la conversazione telefonica), per poi estendersi ai suoni di frequenza più bassa interessando anche quelli usati per la comunicazione sociale (voce parlata). Questo danno è irreversibile, cioè non sparisce con cure o con l'allontanamento dall'ambiente di lavoro.

    L'ipoacusia è la malattia professionale
    che il lavoratore contrae quando è esposto
    a rumore. Inizialmente il lavoratore subirà
    una diminuzione della capacita uditiva per
    qualche ora dopo la cessazione dell'attività
    e successivamente il danno diventerà permanènte
    non essendo più possibile recuperare la
    funzione uditiva;

    Nella tabella che segue sono riportati alcuni esempi di livelli di rumorosità espressi in decibel:

    tipo di sorgente dB tipo di sorgente dB
    martello pneumatico 120 separatori 80/90
    pistola sparachiodi 110/120 trattore senza cabina(aratura) 88/94
    apparecchio radio a volume massimo 110 trattore con cabina(aratura) 75/78
    pressa officina meccanica 100 ristorante 70/75
    frangitore olive 90/95 conversazione tra persone 50/55
    lavatrice per olive 85/90 appartamento 40/45
    estrattore 85/90 campagna(lavori manuali) 35/40


    Il rumore si distribuisce uniformemente in tutte le direzioni, diminuendo di ampiezza (quantità energetica) man mano che si allontana il punto di emissione. Nell'aria, quando la distanza raddoppia, l'ampiezza diminuisce della metà; vale a dire che c'è una caduta di 6 decibel. Pertanto, se siamo ad una distanza di 2 m. da una centrifuga, il livello di pressione sonora sarà minore di dB rispetto alle immediate vicinanze della macchina. Questo è vero tuttavia solo quando non esistono oggetti riflettenti lungo il percorso. Nella realtà il livello di pressione sonora che si registra a 2 m. da una macchina che emette rumore sarà funzione delle riflessioni che le onde sonore hanno in quell'ambiente di lavoro (per la presenza di innumerevoli oggetti riflettenti come le pareti, il soffitto, il pavimento, altre strutture, le persone ecc.) e pertanto il decadimento non segue la regola dei 6 decibel. In via del tutto generale è ipotizzabile un abbattimento variabile dai 2 ai 4 decibel.

    E' da rilevare che in un frantoio, come del resto in qualsiasi lavoro, non si verificca la presenza di un'unica fonte di rumore (un solo macchinario), ma la presenza contemporanea di più impianti che emettono rumore dando luogo ad una sommatoria delle energie.



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